Intervista a Mons. Livio Melina (versione completa in it-es-fr)



La versione completa dell'intervista a Mons. Livio Melina, e concessa a Lorenzo Bertocchi per il quotidiano "La verità", comparsa in versione ridotta il 3 agosto 2019.



1) Qualcuno scrive che all'istituto Giovanni Paolo II lei ed altri colleghi, ora in vario modo allontanati dal "ristrutturato" istituto, avete avuto l'abitudine di «correggere il Papa» in merito all'esortazione Amoris laetitia. È così?


Chi parla così, probabilmente non conosce la differenza tra due parole diverse: “correggere” e “interpretare”. Ogni testo ha bisogno di interpretazione, come ci ha insegnato in modo particolare la filosofia contemporanea. Ma l’interpretazione che cerca di essere fedele al testo non è una correzione. Una parte del lavoro teologico è proprio questa interpretazione, che nel caso del Magistero ha, come chiave, una lettura in sintonia con il resto dei testi magisteriali.

Amoris Laetitia, si potrebbe dire, non è un libro in sé, ma un capitolo di un grande libro, che contiene tutti i testi del Magistero. Chi pensa che l’interpretazione di un altro non è vera, deve offrire argomenti, e non accusare di fare una “correzione”, poiché in questo caso ciò che sta facendo colui che accusa è assolutizzare la propria interpretazione, come se fosse l’unica lettura ovvia del testo. Inoltre, nel caso di Amoris Laetitia molti hanno preso la strada di interpretarlo come se “superasse” o addirittura “correggesse” altri testi magisteriali, come Familiaris Consortio, il Catechismo della Chiesa Cattolica oppure Sacramentum Caritatis. Leggono il capitolo e dimenticano il libro dove il capitolo è inserito. Parlare di “rottura” e di “rivoluzione” nel Magistero non è linguaggio cattolico. In realtà, c’è una grande libertà nell’interpretare i testi, l’unica vera norma è quella di rispettare la “regola di fede”. In altre parole, la cosa essenziale, che si chiede all’interprete, è che legga il testo in continuità con il resto del Magistero anteriore.

Lo sapeva bene il card. Newman, quando determinò come una delle note di un vero sviluppo della dottrina (opposto ad una sua corruzione), proprio l’effetto conservativo sul passato. Moia pensa che noi forziamo il testo di Amoris Laetitia per adattarlo al resto del Magistero. Ciò che Moia non ci spiega è il modo in cui egli deve forzare (correggere?) il resto del Magistero pontificio per adattarlo alla sua lettura di Amoris Laetitia.


2) A proposito di contestazioni, si parla tanto di libertà di riflessione teologica (largamente praticata in dissenso a Humane vitae e Veritatis splendor), ma nel vostro caso vi sentite censurati?


Quello che si è fatto all’Istituto con vari professori è una condanna senza giudizio, a partire dai sospetti seminati durante questi anni da parte di persone come Moia. C’è in tutto questo un paradosso. Alcuni teologi del dissenso alla teologia morale cattolica, che si opponevano chiaramente al Magistero, hanno ricevuto un divieto di insegnare, ma questo è avvenuto dopo un regolare processo, in cui si assegnava loro un difensore e c’era la possibilità di replicare alle accuse. Ed anche così essi hanno continuato ad accusare la Congregazione per la Dottrina della Fede di un comportamento ingiusto e abusivo.

Ma cosa è accaduto, nel caso dei professori dell’Istituto Giovanni Paolo II? L’accusa non è quella di negare la dottrina cattolica, ma solo di non seguire un’interpretazione determinata del Magistero del Papa Francesco. Ma, soprattutto, siamo stati privati della nostra cattedra senza possibilità alcuna di difenderci, senza che noi neppure abbiamo ascoltato (viene Kafka alla mente) di cosa siamo veramente accusati. Il giornale Avvenire ha avuto il merito di mettere in luce le vere ragioni del nostro licenziamento, che non ci erano state comunicate, e così ha smascherato la manovra che si vuole portare a termine all’Istituto fondato da san Giovanni Paolo II.

Ecco perché la difesa dell’Istituto Giovanni Paolo II tocca tutti, e la sorte dell’Istituto è decisiva per la Chiesa. Se non si revocano le decisioni prese da mons. Paglia, allora si sta dicendo: “è intollerabile nella Chiesa l’interpretazione del Magistero di Papa Francesco in continuità con il Magistero anteriore”. Anzi, chi fa quest’interpretazione perde perfino il diritto a difendersi in un processo, è semplicemente allontanato, secondo una particolare versione di quella “cultura dello scarto”, tante volte condannata da Papa Francesco.


3) Luciano Moia su Avvenire scrive che il vostro errore nel «correggere il Papa» sarebbe quello di dare una priorità alla dottrina rispetto alla pastorale, mentre pare che secondo il giornalista il Vangelo direbbe il contrario. Che ne pensa?


È abbastanza comune oggi questo approccio, che separa il Cristo “Maestro” dal Cristo “pastore”, come se ci fossero due Gesù. Ma la misericordia di Gesù e la sua pastorale passavano tramite la sua dottrina, come dice il vangelo di Marco: “ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose” (Mc 6,33-34). In questo testo appaiono insieme la misericordia, il pastore, la dottrina. La dottrina di Gesù è la forma concreta che prende la sua misericordia e la sua pastorale nei confronti di uomini, che, persi senza una luce e una direzione, vivono nelle tenebre. Pensare che chi offre la luce è un uomo rigido è un grande errore. È proprio quando siamo nelle tenebre che non possiamo muoverci, ed è la luce che, permettendoci il movimento, ci dinamizza e ci porta alla dimora.

L’Istituto Giovanni Paolo II ha dato prova di una visione dell’uomo, appresa nella ricerca e nello studio vissuti in comunione, che è capace di generare programmi fecondi per la pastorale autentica. Il rapporto dottrina – pastorale è stato studiato nella tradizione dell’Istituto Giovanni Paolo II nella prospettiva del rapporto verità – amore. La verità, contenuta nella dottrina, è la verità di un amore, e l’amore ha bisogno di verità per superare la mera emozione e durare nel tempo, come ci ha insegnato anche Papa Francesco in Lumen Fidei. Parlare di priorità della pastorale sulla dottrina, mettendole in contrasto, è opporsi (o “correggere”) il magistero che Papa Francesco ci consegna nella prima delle sue due encicliche, che sono i documenti di più alto rango magisteriale che ha scritto.


4) Con insistenza si ripete che il vecchio istituto e la pastorale che scaturiva dal magistero di Giovanni Paolo II (e, aggiungo, dal primo preside dell'Istituto, Carlo Caffarra), fosse sterile, fredda, lontana dalle ferite dell'uomo. Come stanno le cose dal vostro punto di vista?


Tutta la visione di san Giovanni Paolo II nasce da una vicinanza estrema alla situazione dell’uomo. E questo vuol dire, certo, vicinanza alle sue ferite. Ma vuol dire, soprattutto, vicinanza all’esperienza più originaria dell’uomo, che non è quella di essere ferito, ma di essere amato da Dio e da lui reso capace di una risposta di amore. Ecco perché Giovanni Paolo II vedeva, prima delle ferite, la grandezza dell’uomo, grazie alla redenzione di Cristo Gesù. In questa luce egli parlava della sua “fede nell’uomo”. La distinzione non è tra chi vede le ferite e chi vede solo fredde dottrine. La distinzione sta invece tra chi vede solo le ferite e, data l’impotenza dell’uomo di farcela da solo, cerca di giustificarlo, da una parte; e chi vede, insieme e prima delle ferite, la grande chiamata di Dio all’uomo e la capacità che l’uomo ha di essere redento da Dio e di poter edificare una vita grande e bella, quella che Dio da sempre vuole per lui.


Da qui scaturiscono due modi di fare pastorale, che sono in contrasto radicale, perché il primo, vedendo solo le ferite insuperabili, cerca di tollerarle: misura l’uomo a partire dalla sua debolezza e dalla caduta; e l’altro modo che, vedendo la grande chiamata di Dio, cerca di far maturare l’uomo perché sia capace di una risposta di amore. I sostenitori della prima visione, perché non comprendono la capacità che ha il Vangelo di rigenerare l’uomo credono che gli altri siano rigidi, freddi, lontani; allo stesso modo di chi vede ballare delle persone, ma non sente la musica, e così pensa che si tratti di pazzi, che fanno movimenti inutili e privi di senso. Per comprendere la logica della vera pastorale, occorre percepire la musica della redenzione: di questo parlava san Giovanni Paolo II nell’ultima parte dell’enciclica Veritatis splendor. Invece la scelta “anti-pastorale” di adattare alla debolezza dell’uomo caduto i comandamenti divini, scritti nel disegno della creazione ed espressione dell’originaria chiamata all’amore, è una forma rovesciata di quel “pelagianismo morale” così spesso condannato da papa Francesco. E’ una mancanza di fede in Dio, ma anche nell’uomo, perché rinuncia a proporgli una conversione e non ha fiducia nella forza rinnovatrice della grazia.


5) Secondo quello che qualcuno definisce «nuovo paradigma» della teologia morale che scaturirebbe da Amoris laetitia, speriamo che anche discutere di questo non sia ritenuto un attacco al pontefice, aprirebbe al cosiddetto «bene possibile». Per far capire ai lettori di cosa si tratta potrebbe fare qualche esempio concreto?


Prendo l’esempio usato dal professor Maurizio Chiodi qualche giorno fa, proprio in un’intervista di Luciano Moia. Lì si dice che la vita all’interno di una coppia omosessuale potrebbe essere per una persona in determinate circostanze un bene possibile. La dottrina della Chiesa insegna invece che si tratta di un male, di qualcosa che danneggia la persona che lo compie e lo porta sempre più verso il male. Non si tratta di un contrasto tra due visioni, di cui una sarebbe pastorale, e l’altra dottrinale. Si tratta piuttosto di due diagnosi di una situazione, due diagnosi che si aprono a terapie molto diverse. Secondo la prima si potrebbe dire che questa persona pur compiendo atti omosessuali, sta vivendo secondo il volere di Dio, il quale non ci chiede di più di ciò che possiamo. Gli atti che realizza sarebbero umanizzanti, porterebbero addirittura verso il Vangelo, anche se a certo punto dovrà rendersi conto che non sono atti perfetti, e che c’è un cammino migliore.


La dottrina cattolica, insegnando che si tratta di atti intrinsecamente cattivi, propone una diagnosi e di conseguenza una terapia diversa. Questi atti omosessuali non sono ordinabili a Dio, e quindi non portano verso il bene della persona. Il medico che, in Gesù, conosce il cuore dell’uomo dice: ogni volta che realizzi quest’atto, stai danneggiando l’amore, la tua umanità, l’umanità dell’altro. Allo stesso tempo dice: ma in te risuona sempre la chiamata ad un amore vero, e tu puoi seguire quest’amore, e io sono qui per accompagnarti in questa via di conversione, che ti domanda di lasciare dietro di te il male e di abbracciare il bene. Per questo è necessario che tu abbandoni gli amori falsi, che sono in realtà un’adorazione di te stesso, e per questo hai la forza che viene della redenzione operata da Cristo Gesù.

Mi permetto di ricordare a questo riguardo un passaggio di Veritatis Splendor, 103. Si tratta lì proprio del bene possibile, in quanto Giovanni Paolo II si domanda: “ma quali sono le concrete possibilità dell’uomo?” «Sarebbe un errore gravissimo concludere... che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un "ideale" che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle, si dice, concrete possibilità dell'uomo: secondo un "bilanciamento dei vari beni in questione". Ma quali sono le "concrete possibilità dell'uomo"? E di quale uomo si parla? Dell'uomo dominato dalla concupiscenza o dell'uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l'intera verità del nostro essere; Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della concupiscenza. E se l'uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto all'imperfezione dell'atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell'uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell'atto. Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell'uomo: ma alle capacità dell'uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell'uomo che, se caduto nel peccato, può sempre ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito».


* L'infamante accusa del periodista Luciano Moia contro Mons. Melina e i professori licenziati, è stata pubblicata il 2 agosto 2019 su Avvenire e sorprendentemente anche sulla pagina facebook dell'Istituto, quell'amato Istituto per il quale hanno lavorato con tanta dedizione per anni.


En español: https://religion.elconfidencialdigital.com/articulo/vaticano/mons-melina-han-acusado-corregir-papa-es-cierto/20190804020130028420.html


En français: http://www.benoit-et-moi.fr/2020/2019/08/08/la-parole-est-a-mgr-livio-melina/





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